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Sara Wilson: UN "FEELING"
CON LA NATURA
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Sara Wilson mi guarda con i suoi grandi occhi chiari e dice in un sussurro: "Forse le cose di tutti i giorni, quelle che passano davanti ogni momento, la gente non le vede"...proprio così: noi non riusciamo a vedere, magari diamo uno sguardo di sfuggita a mille immagini, e ne siamo quasi frastornati; ma non riusciamo a concentrarci, è come se un nastro magnetico passasse troppo velocemente davanti a noi. Ecco la funzione primaria della pittura: quella di invitarci ad osservare. Osservare anche gli oggetti più umili: anche un glicine che fiorisce, oppure una zucca tagliata da cui escono i semi. Piccole cose, ma che possono avere un loro significato; soprattutto quello di un contatto diretto col mondo, con la natura. Una ventina d'anni fa chiedevo provocatoriamente: "Chi ha paura di Monet?" Pareva, allora, che la natura dovesse essere evitata, sopraffatta da ideologie e concettualismi, da elucubrazioni e sofisticazioni. Oggi? La pittura di Sara Wilson rovescia i termini: intende suscitare un "feeling" con la natura. Perciò essa rifiuta la storia, almeno come sequenza di accadimenti umani, per rientrare nell'alveo ciclico della natura, e quasi respirare il suo profumo che si rinnova. Dice Sara: "Io cerco di immettere sulla tela ciò che vedo." E aggiunge: "Spero che chi osserva i miei quadri si immedesimi nel mio sentimento." Sta qui la rivincita della natura rispetto alla vecchie avanguardie storiche, ormai rinsecchite e stantie. Occorre che l'uomo "riconosca" la natura come guida al suo esistere: quindi come motivo primo delle sue creazioni. Sara Wilson è inglese, anche se ha lasciato giovanissima il suo Paese per scegliere il sole dell'Italia. Molti potrebbero chiedersi che cosa ella abbia portato con sé stabilendosi nella terra di Versilia, a ridosso del mare azzurro; potrebbero rispondere: un bisogno intrinseco di analizzare le cose. Per noi italiani ciò significa il rifiuto di ogni conversione culturale: anzitutto quello della classicità e del mito. Niente trasposizioni simboliche o allegoriche: bensì un contatto diretto - come si diceva - con la natura. Ne è disceso un modo di far pittura che potrei definire della naturalità: attiguo in un certo senso a verismi e realismi, ma fondamentalmente diverso. La diversità nasce dal tipo di sentimento che la Wilson immette nei suoi quadri: un sentimento sottile di amore, quasi una fusione del proprio animo, un pudico trasfondersi del "gusto di vedere." Ella in altre parole, ci apre gli occhi di fronte alle cose: ci sollecita ad assaporarle nei suoi aromi, nei suoi succhi più veri. Senza infingimenti, senza mascheramenti. L'immagine che ne vien fuori è limpida: chiara sia sul piano fisico che psicologico. La visione è fìltrata dal di dentro con vera emozione e con affettuosa attenzione: filo per filo, colore per colore, foglia per foglia. Noi scopriamo quello che credevamo di vedere ma non avevamo visto. La magia della pittura è questa: appunto una "rivoluzione." Il pergolato con il tavolino e le sedie indica un momento di riflessione, di serenità, di abbandono alla vita, al di là di nevrosi e convulsioni. Le conchiglie sparse sulla spiaggia, i cespi, i detriti, i sassi portati dalla risacca: tutto si posa con dolcezza perché è l'occhio che entra nel pulsare di questi piccoli doni del mare...oh, come ci appare nuova e insieme antica la zucca posata sulla vecchia sedia impagliata; e come risalta la materia stessa, polverosa e ruvida, come se una musica si espandesse attorno a queste semplici cose. Già: la musica. Essa è stata evocatrice di sentimento. Lo stesso si potrebbe dire per la pittura di Sara Wilson, che oltretutto è nata sotto l'onda di una musica che ne ha accompagnato la nascita e lo sviluppo. Quale musica? Una musica densa di sentimento, accesa e romantica: forse Brahms. Il sentire si traduce, senza sforzo, in vedere: ed entrambi svelano un ritmo, una cadenza, una "regola" che li guida. I dipinti di Sara sono intrisi di questo che gli antichi chiamavano "misura aurea": proprio la musicalità di una natura che espande le sue pulsioni primarie, la spinta dei suoi germogli. Entriamo nei suoi pergolati quasi intimoriti, passo per passo; e lentamente scopriamo che tra le foglie e i fiori, tra i barbagli di luci e di ombre, si è insinuata una musica che ci accompagna. Forse la suona al pianoforte la stessa artista. Romanticismo? Oggi sono soprattutto i giovani a chiedere alla vita un nuovo sentimento romantico, al di fuori da meccanicismi e tecnologismi. Basta sciogliere il proprio sentimento come ci propone Sara, dentro la natura. Questa posizione appare oggi come un connotato sempre più imprescindibile della nostra cultura. È la ricerca della semplicità, dell'essenzialità, della "verità" biologica, che guida gli scienziati come gli artisti; un uscire dalle nebbie caotiche che ci avvolgono per capire i segreti più profondi dell'esistenza... Di notte Sara Wilson alza gli occhi al cielo stellato; e in quella stupefacente geometria sconosciuta coglie il senso delle cose; appunto la musica che deve guidare le nostre sensazioni, le nostre percezioni. La pittura che ne deriva non è soltanto un gioco edonistico, un mero piacere dello sguardo: è anche un bisogno di entrare nel grande mistero del Cosmo, di cui siamo minuscola parte. L'ordine che Sara dispone nei suoi quadri riflette, platonicamente l'ordine che regna nell'universo. Ecco perché ogni particolare - appunto una fogliolina, una conchiglia sull'arenile, un filo di vimini, la scorza di un frutto, la radica rugosa d'un ulivo, un chicco d'uva, una pietra macchiata di muschio. - assume un suo significato. Sono tutte schegge di un'armonia che investe il mondo di cui Sara Wilson coglie l'eco. |
| PAOLO RIZZI - critico d'arte |