LA QUIETE DELLA LUCE

Madre natura ha una sacralità tutt'altro che apparente, se noi sappiamo affrontarla in silenzio e la viviamo nella sua tangibile presenza terrena, che si forma, si colora e muore, per rinnovarsi, nello scorrere puntuale delle stagioni. Sara Wilson conosce assai bene la seduzione di questo incantamento. Vive come Alice il suo mondo fatato, all'interno della propria essenza poetica, dove l'Eden ritrovato rappresenta un immutabile messaggio naturale, che tende a distaccarsi dall'immanenza della realtà.

La sua spontaneità non deve essere confusa con l'ingenuità. E' un'istintualità, la sua, che è soprattutto un dono prezioso e raro: Sara Wilson può infatti permettersi la libertà di procedere in modo rapido e rivelatore sulla tela, guidata sempre da una forza invisibile, da un'energia misteriosa e felice che pulsa nel suo animo.

Quell'energia la conduce sin dagli anni giovanili a riconoscere e a esaltare anche il più minuto particolare del creato, dove la poesia si concretizza in immagini di una natura presente e, nel contempo, trasfigurata, sconfinante nel sogno.

Parte della storia dell'arte moderna è la biografia di artisti inglesi, francesi, tedeschi che hanno esaltato, durante i loro lunghi o brevi soggiorni in Italia, la bellezza dei paesaggi del nostro Paese, la sua luce, la variabilità dei colori mediterranei.

Solo in apparenza Sara Wilson, pittrice inglese, la cui vita professionale e famigliare è legata da decenni alla Toscana, si è lasciata suggestionare dallo scenario naturale italiano, sublimandolo in chiave romantica.

La sua dote di pittrice di scuola figurativa, senza confini, è di saper essere oggettiva nell'interpretazione del reale, senza rinunciare alla poesia del vero, la cui scrittura sottile e misteriosa si cela tra i fiori e le foglie di un roseto, nei gialli di un girasole, fra i frutti autunnali di un cesto.

Sara Wilson guida con garbo e determinatezza l'osservatore a scoprire l'antica nobiltà degli ulivi toscani, piegati dal tempo, rugosi e vitali, l'espressività plastica di una zucca, l'orizzontalità di una spiaggia, dove l'onda ha depositato conchiglie e anonimi detriti, composti sulla sabbia alla maniera di una natura morta.

L'oggettività espressiva nelle composizioni di Sara Wilson ha, poi, una rara eticità di fondo, che procede lungo variabili tematiche, dove la presenza del "vero" è esaltata in chiave volutamente essenziale.

Sono dipinti narrativamente felici, che porgono varie possibilità di lettura, in quanto la natura stessa trasmette innumerevoli variabili prospettiche, formali e cromatiche, da noi percepite non solo a livello ottico, ma anche con le mutevoli corde del cuore.

In questo senso Sara Wilson -per dirla con Eugenio Montale- è una "poetessa laureata" che non si lascia prendere dal solo sentimento: la troppa passione spesso crea disordine, confusione, soprattutto, mancanza di rigore. Piuttosto, per esprimersi tramite la difficile arte della tavolozza, ha fatto una precisa e determinante scelta estetica, quella cioè di cogliere l'innocenza della natura e di tradurla nell'incanto gioioso delle sue variazioni su tela. Pittrice senza confini, non può, né credo lo voglia, rinunciare alle sue colte radici inglesi che attingono a quegli indimenticabili messaggi compositivi di alcuni grandi della metà dell'Ottocento. Sulla scia di John Millais, di William Henry Hunt, la pittrice esalta il bello di natura senza retorica, senza irreali squilli di colore.

La raffigurazione della natura, per i maestri preraffaelliti, era un decoro funzionale ai loro racconti mitico-scenografici. Per Sara Wilson, al contrario, un trionfo di fiori -tutti da godere i suoi magici roseti, sentieri che guardano a una luce lontana- o un vaso di viole, rose e margherite, dal profumo primaverile, sono i primi attori delle sue emozioni visive.

Le sue nature morti sono quanto mai palpitanti. Simboli, certo, ma anche messaggi che trasmettono rispetto e sacralità. Sono quadri avvenimento, che parlano di stagioni legate al raccolto.

Un mistero si nasconde nel profondo di questa tavolozza che ha infinite variabili tonali nel profondo azzurro mare, nella certezza del rosso-giallo di una mela. Si tratta infatti di composizioni o, meglio, di narrazioni che portano in luce una rinnovata armonia, dove c'è la gratificazione serena dei misteri autunnali, primaverili e dei silenzi metafisici marini.

L'aspetto più accattivante di queste composizioni sta nel modo di ritrarre un petalo o la magia di un tronco di ulivo. Sono scorci di una natura ripresa in chiave calda e mutevole, dipinti compositivamente equilibrati, che si rinnovano continuamente nella tematica. La sua pittura, in sostanza, si anima nel confrontarsi con i suggerimenti e gli intrecci espressivi dei suoi maestri dell'Ottocento nordico.

Quello della Wilson è un misticismo che si interroga sulla bellezza e sul mistero della natura. Il suo occhio accentra il soggetto, lo osserva, lo lavora. La Wilson non sottolinea mai i contorni, ma al contrario tende a comporre un mosaico di particolari, che si coniugano e si uniformano per rivelare le tappe della creazione.

Sono momenti di un assestamento poetico e definitivo del visibile. L'artista che è in lei si impegna in ogni composizione ad esaltare i piani, i volumi, le prospettive, e a mantenere intatta la quiete struggente e delicata che emana dalla natura stessa delle cose che ritrae. Sara Wilson afferra il vero e capta l'attimo di luce perché non si dissolva. Riesce, in ogni pagina pittorica, a raggiungere la sintesi tra emozione e forma o, meglio, tra visione e sentimento. E a questa sintesi che si spoglia di ogni particolare accessorio, in nome della verosimiglianza, si aggiunge il soffio lirico della natura, il messaggio segreto della vita.

PAOLO LEVI - critico d'arte