REALTÀ E LIRICISMO IN SARA WILSON

"Reality", indubbiamente, vuole essere il manifesto dell'opera pittorica di Sara Wilson: è un termine difficilmente traducibile, nelle sue sfumature, in italiano, ma tale designazione sottolinea magnificamente il rapporto percettivo che l'artista instaura con "l'altro da sé".

Nel modo espressivo di Sara è ravvisabile l'archetipo di quell'umana aspirazione che ha reso inimitabili molte opere del passato: esso, in special modo nel nord-Europa, ha fatto proprio il gusto per la resa narrativa strettamente subordinata all'osservazione diretta. Il trasferimento pittorico della realtà rispecchia (a seconda dell'appartenenza geografica e storica - e non v'è dubbio dell'inglesità di Sara) il livello di obbiettività che l'artista assegna alle proprie rilevazioni: in questo caso ravvisiamo nell'opera della Wilson la necessità di un preciso segnale, di quell'onestà espressiva già raccomandata - e non solo auspicata - da W. Morris.

In questo ambito ideologico i confini fra denotante e connotante spesso diventano sfumati tanto che il simbolico (carattere essenziale dell'opera d'arte) sembrerebbe schiacciato da una pretesa rappresentazione oggettiva. L'artista in generale, e nel nostro caso Sara, sebbene cosciente che la resa pittorica oggettiva è praticamente impossibile, nondimeno, ghoetianamente, ci invita a fidarci delle facoltà discriminanti individuali che, per quanto puntualmente cìiverse da persona a persona, distinguono il "vero" dall'artificioso e dal posticcio.

In questo senso la nostra pittrice compone un'opera "Reality" puntigliosa ma non ridondante, dove la scelta di strutture compositive probabili ma tutt'altro che scontate, stimolano il lettore a misurarsi sommessamente e sinceramente con le cose; ne risulta un lirismo che è sintomo di quel sentimento distensivo degno della migliore tradizione Biedermeier.

LUCIANO CAVALLARO
Prof. Storia dell'Arte Accademia di Firenze